Il Governo Meloni peggiora la legge sulle pensioni

Il Governo Meloni, all’interno del quale la Lega è il principale alleato, ha peggiorato di molto l’accesso alla pensione. Per anni la Lega, ed in particolare Salvini, ha sempre affermato che il primo provvedimento che sarebbe stato attuato una volta vinte le elezioni con una salda maggioranza di centro/destra o, meglio, destra/centro, sarebbe stato quello di cancellare l’odiosissima legge Fornero che tanto ha danneggiato i lavoratori italiani.

Durante la campagna elettorale non passava giorno che Salvini ma anche la Meloni blaterassero contro la legge attuale, affermando che il centrosinistra servo dell’Europa non aveva il coraggio di imporre le proprie scelte e che loro una volta al governo avrebbero battuto i pugni sui tavoli di Bruxelles.

In ambito previdenziale i cittadini si aspettavano dei provvedimenti a favore dei lavoratori, ma le attese sono andate completamente disattese.

Se nella precedente legge di bilancio, visto il pochissimo tempo a disposizione dalla nascita del Governo, poteva essere concessa una scusante, questa avrebbe dovuto comprendere dei miglioramenti e soprattutto una flessibilità in uscita per accedere anticipatamente al pensionamento. Invece, nulla di nulla, ed addirittura un peggioramento rispetto all’anno precedente dei tre istituti che consentono a categorie svantaggiate di uscire prima dal mondo del lavoro.

QUOTA 103

Rimangono inalterati i requisiti di 41 anni di contribuzione sommati a 62 anni di età con la pesante modifica che l’assegno previdenziale per chi opterà per tale scelta sarà calcolato interamente con il sistema contributivo, che comporterà una diminuzione dell’assegno previdenziale di circa il 15%. Vengono inoltre aumentate le finestre mobili di uscita che passano da tre a sette mesi per i lavoratori privati ed addirittura da sei a nove mesi per i dipendenti pubblici, e la misura dell’assegno non potrà superare di quattro volte il trattamento minimo (2.250 euro lordi, circa 1.700 euro netti mensili) fino al compimento dei 67 anni di età.

OPZIONE DONNA

Si sperava molto che su questo istituto le forti limitazioni entrate in vigore all’inizio dell’anno 2023, come essere caregiver da almeno 6 mesi e conviventi con un malato in stato di gravità, essere invalide almeno al 74% ed essere state licenziate o essere dipendenti da aziende per le quali sia attivo un tavolo di crisi al MISE e che hanno fatto precipitare del 90% il numero di donne che quest’anno hanno potuto accedervi fossero, come promesso in svariate occasioni da membri del governo, giustamente eliminate. Ciò non si è verificato ed addirittura è stata aumentata di un anno l’età per accedervi, portandola da 60 a 61 anni oltre ai necessari 35 anni di contributi. Rimane inoltre la finestra d’uscita di 12 mesi per le lavoratrici dipendenti e di 18 mesi per le autonome.

APE SOCIALE

Anche su questo istituto sale il requisito anagrafico. Anziché agli attuali 63 anni si potrà accedervi a 63 anni e 5 mesi. L’Ape sociale è riservata solo ad alcune categorie svantaggiate come disoccupati che abbiano esaurito i periodi di disoccupazione, le persone disabili almeno al 74%, caregiver che assistono da almeno 6 mesi disabili conviventi ed abbiano almeno 30 anni di contributi, oppure lavoratori che abbiano 63 anni e 5 mesi e svolgono mansioni gravose e abbiano almeno 36 anni di contributi. L’assegno non può essere superiore a 1.500 euro lordi mensili (circa 1.150 euro netti) senza tredicesima e senza le perequazioni dovute all’inflazione fino al compimento del 67.o anno di vita.

Anche su alcune categorie di dipendenti pubblici come i lavoratori nel settore della sanità, maestre dell’infanzia e della scuola primaria parificate, dipendenti di enti locali e ufficiali giudiziari si è levata la scure del Governo penalizzando le future pensioni di questi dipendenti anche con perdite di 200/300 euro mensili. Dopo lo sciopero dei medici il Governo si è impegnato a modificare la norma ma non a stralciarla, proponendo alcune modifiche ma mantenendo i saldi invariati. Sicuramente non un bel biglietto da visita del neonato governo Meloni che rifiuta una riforma previdenziale che tutti i cittadini italiani aspettano da oltre un decennio, preferendo piuttosto la riforma presidenziale, quella fiscale e quella della giustizia.

Mauro Marino

 

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