Il 1° maggio nazionale a Monfalcone? Sia l’occasione per un nuovo patto sociale sul lavoro in città e nel mandamento

 

Per una questione di logistica, di funzionalità, saltando l’ipotesi Gorizia, piazza della Transalpina, a causa dei lavori di riqualificazione in vista di Nova Gorica e Gorizia capitale europea della cultura, le principali sigle rappresentative del sindacato nazionale hanno deciso di ritrovarsi a Monfalcone.

Va constatato che da anni a Monfalcone il sindacalismo di base ed alternativo organizzava delle manifestazioni chiedendo il ritorno del primo maggio in città. Dopo il lento spegnersi degli eventi a Gradisca e dopo un primo ritorno a Monfalcone con una partecipazione timida l’anno scorso, la città dei cantieri ospiterà l’evento sindacale nazionale. Festa dei Lavoratori che affonda le sue radici sul finire dell’Ottocento, ufficializzata in Italia nel 1891 e festeggiata fino all’avvento del Fascismo. I fascisti decisero di cancellare sostanzialmente la Festa dei Lavoratori anticipandola in concomitanza con il Natale di Roma, il 21 aprile. Bisognerà aspettare la liberazione dal regime nazifascista per ritornare a festeggiare il primo maggio, che dunque oltre ad avere i connotati della Festa dei Lavoratori ha anche i connotati etici e morali di una festa antifascista. Ciò è indiscutibile. Come è indiscutibile il fatto che nessuno dal punto di vista politico deve mettersi la medaglia al petto su questo evento.

Monfalcone, è risaputo, è la città del cantiere, nel senso che questo ne delinea vita, morte e miracoli. Sarebbe fondamentale che la stessa sensibilità che si è avuta sulla questione della preghiera e che ha portato in piazza seimila cittadini monfalconesi pressoché di nazionalità straniera, prevalentemente bengalesi, si possa avere anche sui diritti del lavoro e nel lavoro. Ad oggi le richieste di “nazionalizzazione” della manodopera sono state un fallimento. Si sono registrate solo delle aperture di tavoli che potranno nella migliore delle ipotesi attenuare ma non fermare l’arrivo di manodopera a basso costo dal resto del mondo.

Il problema non concerne tanto le assunzioni dirette di Fincantieri. Qui i connazionali sono praticamente la maggioranza assoluta. La questione interessa le aziende esterne che occupano circa 5000/6000 lavoratori, per la metà manovalanza estera, che è quella che fa di Monfalcone quella Babele che tutti conosciamo. E se non ci fossero i lavoratori stranieri, non esisterebbero probabilmente le navi da crociera di Fincantieri.

Non si risolve la questione del lavoro assumendo solo manodopera “nazionale”, anche perché i passati problemi di intolleranza verso i connazionali provenienti da altre zone d’Italia, soprattutto dal sud, non sono mica stati dimenticati. La questione si risolve con i diritti: bisogna battersi perché tutti i cittadini, di qualsiasi nazionalità, abbiano condizioni di lavoro di pari dignità e vedano elevarsi il proprio tenore di vita. Perché i diritti sul lavoro non possono variare a seconda della nazionalità, tutti i cittadini devono avere pari tutele. Questo è l’abc. Non è molto difficile da capire.

Monfalcone senza Fincantieri è una scatola vuota, rischia la desertificazione sociale ed economica. Questo Fincantieri lo sa bene. Se i lavoratori sono felici e sereni con l’affermazione dei giusti diritti, ne trarrà beneficio tanto il datore di lavoro, quanto l’intera comunità. Stiamo parlando di un colosso che nel 2022 ha avuto ricavi per 7,5 mld, che ha un capitale sociale di 862.980.725,70 euro detenuto per il 71,32% da CDP Equity S.p.A. che è detenuta al 100% da Cassa Depositi e Prestiti S.p.A., controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per l’82,77% del suo capitale sociale. Dunque lo Stato italiano. Che vanta una ventina di siti tra cantieri e bacini in tutto il mondo. E sinceramente, vista la mole del colosso di cui stiamo parlando, si potrebbe pretendere di più rispetto agli asili aziendali realizzati in città. Non che Fincantieri abbia fatto solo questo, lo sappiamo bene, ma è necessario qualcosa in più.

Non può Fincantieri sostituirsi all’azione del Comune, non esiste sicuramente solo Monfalcone, ma può fare di più per il territorio con i giusti stimoli. Ai proclami politici, ai pugni metaforici sbattuti sul tavolo, oramai, non ci crede più nessuno. Perché la realtà è sotto gli occhi di tutti, da anni. Monfalcone non ha il potere contrattuale di poter incidere sulle scelte aziendali di Fincantieri; quello che deve fare l’azione politica è adoperarsi, insieme al mondo sindacale, per i lavoratori, parlando di diritti del lavoro, di qualità della vita, che a Monfalcone non è sicuramente al top; nel mandamento si dovrebbe affermare un nuovo modello produttivo, passando da un patto sociale sul lavoro tra i vari comuni del mandamento con Monfalcone capofila, che finalmente ritorni ad unire il Territorio e non a dividerlo, che possa parlare con i principali datori di lavoro, Fincantieri in testa, per l’innalzamento della qualità della vita e del livello di benessere dei cittadini, per l’affermazione dei diritti e della convivenza sociale in una città che è tra le meno ricche per i redditi prodotti del nostro territorio.

Questo è il punto su cui ragionare, insieme. Il Primo Maggio a Monfalcone deve diventare l’occasione per riportare al centro del dibattito e dell’azione politica la questione lavoro, non come slogan, ma come programmazione politica, senza che nessuno si metta medaglie sul petto per questo evento giunto a Monfalcone per casualità logistica e non per scelta politica.

Marco Barone

 

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