
In occasione dell’incontro tra candidati sindaci delle ultime amministrative, Luca Fasan, riguardo ai problemi del commercio monfalconese, ha parlato di una crisi inevitabile causata dai centri commerciali e dall’e-commerce, contro la quale ben poco si può fare, citando persino la chiusura di molti negozi nella Fifth Avenue di New York quale metafora dell’inevitabilità di un declino. Un concetto che stride alquanto con altre affermazioni, quali i rimproveri mossi all’ex presidente di Ascom, Antonelli, accusato di non avere fatto abbastanza per contrastare questa decadenza (ma non era inevitabile?).
Dunque l’attuale sindaco, ex commerciante egli stesso, aveva proposto una visione piuttosto chiusa del commercio monfalconese, come del resto chiusi sono oggi numerosissimi negozi in città. È ben vero che diverse iniziative intraprese dall’Amministrazione comunale, come le luminarie in Corso del Popolo e il nuovo “portale” d’ingresso, hanno lo scopo dichiarato di incrementare il turismo e le attrattive della città, però senza un cambiamento nell’offerta commerciale rischiano di rimanere una cornice vuota. E quindi, forse, bisognerebbe cercare in altre direzioni.
Un minimo di movimento si nota nei cosiddetti “negozi etnici”, ovvero i negozi che vengono aperti dagli immigrati. Gli spazi vuoti lasciati dai commercianti “nostrani” vengono riempiti da commercianti delle provenienze più disparate, cinesi, bangladesi, rumeni, nonostante il contrasto operato in questo senso dall’Amministrazione comunale: ricordiamo il protocollo d’intesa fortemente voluto dall’ex sindaca Cisint e siglato con la Regione nel 2019 per la limitazione dei “negozi etnici” in centro, tappa di un percorso volto alla “lotta” alle attività “non autoctone”, quindi a favore dell’identità locale (cit.).
Questi negozi rispondono alle necessità degli stranieri residenti in città, sia per il tipo di merci commercializzate, sia per il rapporto qualità/prezzo, sia perché rappresentano un commercio di prossimità per chi ha difficoltà di spostamento, anche per la mancanza di un’automobile. Ma queste caratteristiche possono essere valide anche per gli “indigeni”: se escludiamo gli immigrati, Monfalcone ha una popolazione mediamente anziana, per la quale la mancanza di negozi di prossimità spesso è un problema. Non poter effettuare in autonomia un piccolo acquisto non significa solo rinunciare a pane e latte fresco, ma anche a un minimo di contatto umano, una chiacchierata, senza dover organizzarsi per andare al centro commerciale oppure aspettare un figlio o un nipote che si presti alla bisogna.
Anche per questo varrebbe la pena di rivedere l’attuale visione ideologica contro i cosiddetti “negozi etnici”, invece di lamentarsi della crisi del commercio.
Lo sviluppo del commercio si potrebbe orientare verso una crescita e una integrazione, con proposte che invitino le persone a un approccio diverso nei riguardi di queste attività. Da un lato, promuovendo iniziative che aiutino i nuovi negozianti ad adeguarsi alle nostre norme e alle nostre aspettative, in modo da includere fra i loro clienti non solo i propri connazionali ma anche gli altri cittadini. Dall’altro, promuovendo iniziative di incontro tra culture in modo da aiutare a superare la diffidenza nei confronti di negozi un po’ diversi da quelli ai quali siamo abituati, ma che possono diventare un punto di riferimento com’erano una volta le botteghe di quartiere.
Superando l’ostacolo ideologico, l’Amministrazione potrebbe trasformare il profilo del commercio monfalconese, cogliendo opportunità là dove oggi vediamo soltanto impedimenti. Inoltre si potrebbero creare delle aree in città, per esempio in Corso del Popolo, dove incentivare, con strumenti come gli sgravi fiscali, lo sviluppo di un commercio di nicchia, botteghe d’arte e di artigianato, com’era un tempo via Sant’Ambrogio, solo che qui i commercianti potrebbero anche arrivare da altri Paesi.
Si dovrebbe però smettere di parlare dell’immigrazione come di un problema e cercare invece di considerarla come un’opportunità. Non possiamo nasconderci il fatto che è necessario compiere un enorme lavoro, un grandissimo salto culturale e un ragionamento che prescinda da ideologie escludenti; ci si organizzi per fare, banalmente, il meglio che si può con gli strumenti che si hanno, ben consapevoli che il mondo non si ferma né torna indietro, ma lascia indietro, questo sì, chi non è capace di adattarsi e di crescere.
Massimo Bulli
