
Che l’estrema destra stia tornando protagonista sulla scena politica globale non è più una novità. In Europa e negli Stati Uniti cresce una narrativa identitaria che affascina anche segmenti significativi della Generazione Z, offrendo soluzioni semplici a problemi complessi. Secondo un’indagine pubblicata da Reuters (1), i giovani che si sentono esclusi dai benefici economici e privi di voce politica mostrano maggiore apertura a messaggi nazionalisti e autoritari. In Francia, Germania, Olanda, ma anche negli Stati Uniti, i movimenti di destra radicale intercettano questa frustrazione e la trasformano in appartenenza.
La strategia della destra è chiara: semplificazione, emozione, polarizzazione. Le campagne online si muovono tra meme virali, slogan brevi e simboli patriottici, capaci di parlare a chi vive precarietà, insicurezza e spaesamento culturale. Come osserva Pierre Haski su Internazionale, la destra estrema costruisce la sua forza non tanto su programmi economici coerenti, quanto sulla capacità di fornire identità a chi si sente smarrito.
E così, quella generazione che storicamente si riconosce(va) nei valori dell’ambientalismo, della cooperazione, dell’uguaglianza e dell’opportunità volge lo sguardo altrove, in parte sedotta e in parte demotivata.
La recente vicenda dell’omicidio di Charlie Kirk negli Stati Uniti è esemplare, da questo punto di vista. Il giovane killer, che proviene da una famiglia repubblicana e senza alcun legame con la sinistra, è stato immediatamente trasformato dalla propaganda in “simbolo dell’odio comunista” solo perché su un proiettile compariva un riferimento a “Bella ciao”. Poco importa che sia una citazione da un videogioco: ciò che conta è la possibilità di attribuire la responsabilità morale alla sinistra, ribaltando ruoli e colpe. È una tecnica consolidata: l’“accusation in mirror”, ovvero il tentativo di attribuire al nemico le proprie pulsioni e strategie.
Ma lo schema della sinistra “violenta”, “anti-patriottica” e “nemica interna” non è confinato esclusivamente agli Stati Uniti. Anche in Italia ritroviamo una dinamica simile, pur declinata con accenti specifici.
Certo, se guardiamo ai dati elettorali, l’immagine non è del tutto omogenea: alle elezioni europee del 2024 oltre il 50% degli under 30 ha votato per forze progressiste o per il Movimento 5 Stelle, mentre Fratelli d’Italia, pur primo partito tra gli adulti, ha raccolto solo il 14% dei giovani. Eppure, un recente sondaggio Euronews (luglio 2025) segnala che il 24% dei giovani italiani sarebbe disposto ad accettare un governo autoritario, pur se “a certe condizioni”. E questo non può che rappresentare un segnale preoccupante di “disillusione democratica”.
La fragilità economica resta probabilmente il punto di partenza: questa si manifesta drammaticamente con la precarietà lavorativa, gli affitti proibitivi, l’emigrazione forzata percepita come unica prospettiva possibile.
Ma accanto a tutto questo pesa anche molto altro; un “altro” che trova radici nella società, nella cultura e nella percezione del mondo che tra i giovani è, e deve essere, un elemento di autonoma formazione personale.
La rapidità dei cambiamenti, probabilmente, produce in alcuni ragazzi (ma non solo) un senso drammatico di spaesamento. Qui l’estrema destra interviene offrendo radici “protette” e parole chiave rassicuranti: patria, tradizioni, identità, ordine. Parallelamente, vengono offerti simboli, miti e ritualità capaci di produrre senso di appartenenza, di costruire quell’idea di “casa comune” nella quale riposizionare sé stessi in un contesto chiaro e preciso, senza le difficoltà del mondo reale e senza le complessità della vita contemporanea.
Accusare la sinistra di scarsa italianità si inserisce perfettamente in questo contesto. La Resistenza viene relativizzata, le foibe brandite come arma polemica, il patriottismo reinterpretato come fedeltà esclusiva a una comunità omogenea. Chi parla di Europa, diritti, multiculturalismo viene etichettato come traditore o come élite estranea al “popolo”. Allo stesso modo, la retorica della “violenza rossa” serve a giustificare aggressioni, censure, repressioni, rovesciando il peso delle responsabilità.
In questo quadro, il rischio è (almeno) duplice. Da un lato si sta attuando la normalizzazione di linguaggi e pratiche che riducono la politica a scontro identitario, sdoganando termini e concetti fino a poco fa relegati alla personale percezione di immoralità e impronunciabilità. Dall’altro si lascia senza risposta concreta il bisogno di sicurezza economica e di comunità che molti giovani esprimono, lasciando al “percepito”, opportunamente somministrato dalla propaganda di destra, il ruolo di soluzione effettiva.
Contrastare l’avanzata dell’estrema destra significa offrire alternative credibili (lavoro, casa, equità, spazi di partecipazione, opportunità di lavoro di qualità). Ma anche una nuova idea di patriottismo, che non deve essere declinato come prassi aggressiva dell’esclusione dell’altro, bensì sui concetti di inclusività critica e democratica. Il patriottismo non può significare chiudersi ermeticamente a ogni contaminazione; il patriottismo deve manifestarsi nella cura razionale della pluralità dei pensieri.
Se questo vuoto politico non sarà colmato al più presto, la tentazione autoritaria rischierà di consolidarsi sempre più. Perché ogni volta che la democrazia appare lenta e inefficace, la promessa dell’“uomo forte” trova terreno fertile per radicarsi. Anche tra i giovani.
Davide Strukelj
(1) “How the far-right gained traction with Europe’s youth”, Sarah Marsh, Barbara Erling and David Latona, Reuters, 13 giugno 2024
(2) “L’estrema destra fa propaganda sull’uccisione di Charlie Kirk”, Pierre Haski, Pubblicato anche da Internazionale, 15 settembre 2025
foto c.g. Claudio Erné
