Costruire navi, costruire futuri – gli articoli di novembre de Il Monfalconese

 

L’Amministrazione comunale di Monfalcone ha annunciato la volontà di portare in Consiglio comunale la discussione su Fincantieri e sul suo assetto produttivo. L’obiettivo dichiarato è che «la massima assise si pronunci chiaramente su posizione e proposte del Comune per aprire un confronto, non più rinviabile, con l’azienda» sul tema dell’impatto economico e soprattutto sociale che la “grande fabbrica” ha sulla città e sul territorio. Insomma, sembra che si sia scoperta l’acqua calda, e cioè che per mediare l’impatto che Fincantieri ha sul territorio bisogna dialogare con essa.
È alquanto singolare che un’ex sindaca, che ha sempre sostenuto una linea “dura” nei confronti di Fincantieri, ora si ponga nella posizione di terza che chiede al Sindaco di trovare un accordo. Ma andrebbe bene tutto, il siparietto, il gioco delle parti, per trovare il modo di uscire con dignità da un’impasse creato all’epoca ad arte per motivi di propaganda elettorale. Ci si dimentica che da 120 anni il Comune fa quello che dice Fincantieri, perché Monfalcone è stata fatta dal Cantiere; anche negli ultimi 9 anni a guida leghista, nei quali maggiore è stato l’impatto derivante delle scelte produttive di Fincantieri, l’Amministrazione locale non ha spostato una foglia nel rapporto con l’azienda.
Andrebbe tutto bene se incominciasse un vero dialogo, però è evidente che ciò che l’Amministrazione vuole non è un aiuto per mitigare l’impatto delle politiche di subappalto sul tessuto economico e sociale della città, ma proprio un cambiamento delle politiche produttive finalizzato alla cessazione del subappalto in favore dell’assunzione di manodopera locale. Pure questa sarebbe un’ennesima boutade propagandistica, perché la gestione con il subappalto non appare negoziabile in quanto è necessaria per comprimere i costi e rimanere protagonista del mercato. In pratica il Cantiere, invece di eseguire i lavori con personale proprio, facendosi carico di tutti i costi e le incertezze che possono derivare da assenze, malattie, ferie, scioperi dei lavoratori, appalta le singole parti della nave a ditte che firmano dei contratti con cui i costi diventano certi. Poi segue l’eventuale subappalto. Esternalizzare consente di ridurre i costi fissi dei lavoratori diretti. Attraverso l’appalto il lavoro costa meno, anche perché si pagano solo le ore effettivamente lavorate. Poi ci sono altri motivi, come la flessibilità: nei momenti di bassa produzione il subappalto permette di modulare la forza lavoro senza dover ricorrere a licenziamenti. E poi logistica, organizzazione produttiva: esternalizzare attività permette di liberare spazi per altri reparti più centrali o più redditizi, oppure di organizzare meglio la produzione.
Quindi il Cantiere non può permettersi di cambiare sistema produttivo per compiacere il Sindaco, né è questo che il Comune dovrebbe chiedere. Il tema è piuttosto ovviare al disagio provocato dal fenomeno migratorio. Si deve trovare il modo di includere gli immigrati nel tessuto sociale e in questo Fincantieri potrebbe rendersi partecipe, appoggiando e finanziando progetti finalizzati a mitigare questo impatto. È necessario però collaborare in un contesto in cui il Comune, invece di fare la guerra agli immigrati, varasse iniziative per l’avviamento di percorsi di integrazione e inclusione, potenziamento delle scuole, corsi di italiano per stranieri, di educazione civica; rivisitazione della mobilità urbana per dar spazio alle biciclette, creazione di spazi culturali e sportivi che facilitino l’incontro delle diverse culture; una gestione seria del problema casa. Un orientamento, insomma, all’accoglienza e a una gestione attiva degli immigrati, vissuti come risorsa e non come problema.
L’esatto contrario di quanto fatto finora. Altrimenti ogni proposta di dialogo si scontra con ciò che ha detto l’Ad di Fincantieri: Noi costruiamo navi, la gestione del Comune spetta a voi. Dovremmo cercare di modificarla, questa affermazione: non noi e voi, ma solo… NOI. Costruiamo navi, costruiamo futuri.
Massimo Bulli

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