Dal Municipio all’Europarlamento: un viaggio costoso

Cari lettori, in attesa dell’uscita del numero di novembre de Il Monfalconese , condividiamo con voi gli articoli più interessanti del numero di ottobre

Dal Municipio all’Europarlamento: un viaggio costoso
Quanto ci costa un europarlamentare?
*  Retribuzione lorda mensile: € 10.927,44 (netto mensile € 8.517,01);
*  Uffici e infrastrutture gratuiti a Bruxelles e Strasburgo;
*  Indennità per spese generali € 4.950 al mese a forfait;
*  Staff/assistenti € 30.769 al mese come massimale (fondi gestiti direttamente dal Parlamento);
*  Indennità di soggiorno/diaria: € 350 al giorno per ciascun giorno di presenza ufficiale a Bruxelles o a Strasburgo;
*  Spese di viaggio per riunioni ufficiali del Parlamento (rimborsate).
*  Altri viaggi di lavoro (fuori dallo Stato di elezione) fino a € 5.500/anno.
*  Spese mediche, rimborsate per 2/3 del rendicontato;
*  Indennità di fine mandato (1 mensilità per ogni anno di mandato) e pensioni (3,5% dello stipendio per ogni anno pieno di mandato)
Il costo fisso è dunque di 559.757,28 €/anno, senza includere diarie, viaggi e rimborsi (che sono variabili) e oneri di fine mandato e pensione (che sono obblighi differiti). Per 5 anni di mandato, escluse componenti variabili e differite, fa 2.798.786,40 € (dati tratti dai siti istituzionali del Parlamento europeo).
Ma è davvero questo il costo? Si dirà: non fosse lei ci sarebbe qualcun altro, è vero; inoltre, si tratta di un costo a carico della Comunità europea, ma sempre di tasse dei cittadini si tratta.
Va anche detto che ogni mandato politico ha un valore in sé, indipendentemente da chi lo ricopre. L’elezione di un europarlamentare locale può essere un’occasione per il territorio, sempre che l’eletto abbia le opportunità e la volontà di incidere. Lo valuteremo dai fatti.
In ogni caso si tratta di un incarico prestigioso e ben remunerato, che richiede un certo investimento per poter essere raggiunto…
Secondo OpenPolis, i candidati eletti dichiarano spese tra i 40.000 e i 100.000 euro. Il Sole 24 Ore e L’Espresso segnalano che le campagne fortemente personalizzate possono superare i 200.000 euro. La Fondazione Italianieuropei stima che ogni voto possa costare da 2 a 10 euro. Secondo tali stime, con 42.000 preferenze, la campagna della ex sindaca potrebbe aver richiesto un investimento personale (oltre a quello del partito) compreso tra 40.000 e 140.000 euro circa (limite previsto dalla Legge). Certo si è trattato di un’operazione mirata, ben costruita, che necessita di personale competente e tecnici adatti…
La vera domanda, per noi monfalconesi, è un’altra: quanto stiamo pagando noi, oggi, per l’ascesa politica dell’ex sindaca? E quanto pagheremo in futuro?
Intanto vediamo cosa abbiamo dovuto affrontare nell’ultimo anno dal punto di vista amministrativo:
*  un mandato interrotto a metà corsa;
*  un periodo di reggenza a giri limitati;
*  una nuova campagna elettorale per le amministrative;
*  il lavoro della giunta resettato;
*  il consiglio comunale azzerato, le commissioni e tutti i lavori rimasti a metà.
In altre parole: la città ha dovuto fermarsi e ricominciare da capo, non per una crisi politica o un cambiamento strategico, ma per una scelta di carriera personale.
Ma il vero prezzo lo pagano i cittadini. E sarà così per anni: il conto, quello pesante, non si trova nei bilanci di Bruxelles o negli stalli dell’attività del Comune, ma si paga qui, tra le strade e le piazze di Monfalcone.
Non possiamo dimenticare, infatti, che per anni, la città è stata raccontata quotidianamente come un caso nazionale di insicurezza e tensione sociale. Un luogo “ostaggio dell’integralismo islamico”, in perenne emergenza. Un racconto tossico che ha garantito visibilità e popolarità all’allora sindaca, ma che ha danneggiato profondamente l’immagine della città.
Sappiamo che la comunicazione politica, specie in tempi di sovraesposizione mediatica, tende a semplificare, estremizzare. Tuttavia, quando la narrazione si cristallizza su aspetti negativi e utilizzata come leva di consenso, il rischio è di generare danni duraturi all’immagine e alla coesione sociale.
E oggi il danno lo paghiamo in silenzio, ma con gli interessi.
I valori immobiliari scendono, perché chi investirebbe in una città problematica? Il commercio locale si indebolisce. Il turismo (quello vero, e non la conta dei pernottamenti lavorativi o dei balneari giornalieri) è frenato, perché la città è nota per le polemiche, non per quanto può offrire. Le scuole si svuotano dei bambini “italofoni”, come li chiamano i leghisti nostrani, perché le famiglie cercano la “normalità” scolastica altrove. Le aziende non investono, salvo poche eccezioni, e soprattutto non investono in lavoro qualificato e in terziario avanzato, perché le imprese cercano territori sicuri e attrattivi, con manodopera stabile e qualificata. Inoltre, dal punto di vista sociale, la comunità si è spezzata tra paure e divisioni alimentate ad arte.
È andata così perché la reputazione di una città si perde a furia di parlarne male. E poi non si riacquista in un giorno, né con l’elezione di un eurodeputato…
Il danno d’immagine non è facilmente quantificabile in euro, ma pesa eccome. Non si ammortizza in cinque anni come uno stipendio europeo: può durare un decennio o anche più. E pesa sullo sviluppo, sui giovani, sulla capacità della città di guardare avanti.
Chi ci ha guadagnato, dunque, e chi ci ha perso?
Da un lato c’è chi ha ottenuto un seggio, uno stipendio e la visibilità tanto desiderata.
Dall’altro ci sono i cittadini, che invece hanno fatto un deciso passo indietro, perdendo continuità amministrativa, equilibrio istituzionale e soprattutto la reputazione pubblica: un danno d’immagine che tocca le tasche e la vita di tutti i cittadini, attuali e futuri.
Tutto ciò che ci rimane, adesso, è il compito più difficile: ricostruire quanto è stato demolito in anni di narrazione sbagliata, perché il futuro non si costruisce con le polemiche ma con la fiducia.

Davide Strukelj

 

 

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